Famiglie e bambini al centro della Sesta Idea. Vediamo come.

Cà del Bue (tornato prepotentemente alla ribalta nei deliri estivi dei polici locali che fanno a gara coi soldi pubblici nel gioco dello “scaricabarile”, della serie: “chi lo ha mai voluto?” – “eventuali penali a carico della Regione!”) a Verona è una cattedrale nel deserto, un tempio nel vuoto. Nato per risolvere con tecnologie futuribili lo smaltimento dei rifiuti e produrre energia, non ha mai incenerito altro che centinaia di milioni di euro (pubblici, ci mancherebbe altro), e le uniche energie che ha originato sono quelle nervose che i veronesi scaricherebbero volentieri sul mix geniale di progettisti-amministratori-politici che si sono susseguiti nel ripeterci: “ghe penso mi“.

Noi riteniamo che la struttura fatta di torri, sale, spiazzi, forni, sia perfetta per accogliere i bimbi veronesi in un mega ed unico asilo comunale. Metafora ideale del tanto atteso cambiamento – dai soldi in fumo al fumo per i bimbi – la soluzione prospettata avrebbe solo conseguenze positive: gli immobili attualmente adibiti ad asili verrebbero venduti per fare cassa oppure trasformati in isole ecologiche cittadine (come giusta compensazione); concentrando gli asili a Cà del Bue si creerebbero forti risparmi nella gestione di maestri, bidelli, trasporti, mense e quant’altro.

L’asilo Cà del Bue, infine, sancirebbe nei secoli le virtù di un’amministrazione cittadina sempre vicina ai piccoli ed alle famiglie, a dispetto del singolare fatto (che gli oppositori più puntigliosi scioccamente ci fanno rilevare) che sindaco, vice-sindaco, presidenti, assessori e compagnia cantante non abbiano bimbi da cullare, lavare, con cui giocare, mangiare, fare i compiti o andare all’asilo (si sa, la famiglia è giustamente considerata un ingombro nell’inarrestabile percorso espansionistico nazionale del Gotha politico veronese).

Vero Romano Patrizio

VRP

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